Un pasticcione, ma non è Ceausescu

La Lega è un partito tribù, si capiva da un pezzo che sarebbe finita male, con uno scontro per la successione. Ma un conto è contendersi la spada del Capo malato, magari ammattito (ma che sempre difendono e difenderanno). Più amaro se finisse come la famiglia Ceausescu che invece non è. Leggi I nostri pregiudizi sulla crociata contro la Lega - Guarda la puntata di Qui Radio Londra Qualche pregiudizio sulle indagini - Leggi La Lega nel brutto caos
16 AGO 20
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"Io credo nei valori della Lega nord e nel suo progetto politico più che mai attuale. Ho la convinzione sempre più marcata che 4-5 persone che stanno rovinando tutto debbano essere allontanate immediatamente per non infangare migliaia di persone che ogni giorno combattono onestamente per un sogno”. Così parlò Matteo Bianchi sindaco di Morazzone, cuore del cuore del Varesotto, barbaro sognante e maroniano di ferro. Grido di dolore postato su Facebook, ma che risuona disperato come in mezzo alla piana di Pontida. Perché dentro c’è tutto il disastro di un partito e lo smarrimento dei militanti, quelli del territorio, quelli che alla diversità della Lega non hanno mai smesso di credere. Così che le parole chiave sono sempre quelle: il sogno e l’onestà. E il disastro che vedono arrivare adesso, rabbioso e cattivo come i temporali sul lago, è quello per tanto tempo hanno esorcizzato. Il terrore di “essere come gli altri partiti”. Quando qualche settimana fa finì indagato (per quel che vale) Davide Boni, presidente leghista del Consiglio regionale lombardo, fecero tutti cerchio attorno all’accampamento. Persino gli oppositori interni, i maroniani duri e puri. Stavolta potrebbe finire diversamente. Ora o mai più, nel senso di prendersi il partito, è il grido che viene dal governatore veneto Luca Zaia (“così è un’agonia, facciamo chiarezza subito”) e anche da chi non parla, come Flavio Tosi, dopo che Roberto Maroni ha lanciato l’ultimatum: “E’ il momento di cogliere questa occasione per fare pulizia”.
Non è la prima volta che la Lega fa i conti con se stessa. La sua non è una storia di sfacciate ruberie, di gestione sistemica di grandi poteri. Ma di grandi pasticci sì. A partire dalla maxitangente Enimont di Alessandro Patelli, era ancora Prima Repubblica, il tesoriere che poi ammise “sono un pirla”. Ed è piena di progetti di cooperative “per fare come i comunisti”, immaginate da Umberto Bossi negli anni 90 e finite male o in niente, come le società del Bingo. Anche se il simbolo del cattivo rapporto della Lega con i soldi resta per sempre il disastro di Credieuronord. Ci volle un pezzo per recuperare credibilità, esterna ma soprattutto interna, e ancora adesso c’è un comitato espiatorio che fa colletta mensile per risarcire i soci che nel buco della banca leghista ci persero i quattrini. Adesso il terrore dei militanti è che non sia come le altre volte, perché gli artigli dei giudici sono arrivati a sfiorare il Capo.
Adesso è diverso. Perché Francesco Belsito avrebbe distratto soldi pubblici “per sostenere i costi della famiglia Bossi”. E lo scontro interno riguarda la gestione e dunque il controllo di un partito territoriale, a cinghia di trasmissione corta, dove da tempo gli spifferi arrivavano da dentro, sull’acquisto di un immobile a Milano o di una cascina in campagna. E perché da quando il Capo è vecchio e malato, e ascolta le streghe e i cattivi consiglieri, molte cose sono cambiate. Oggi il patrimonio della Lega vale un bel po’ di soldi, non ci sono solo i rimborsi elettorali ma anche immobiliari e terreni. Ma sta quasi tutto chiuso in Via Belleri, gestito da una società di fatto famigliare che vede tra i soci Umberto Bossi, sua moglie e pochi altri fidati.
La Lega è un partito tribù, si capiva da un pezzo che sarebbe finita male, con uno scontro per la successione. Ma un conto è contendersi la spada del Capo malato, magari ammattito (ma che sempre difendono e difenderanno). Più amaro se finisse come la famiglia Ceausescu che invece non è. Un partito tribale, non di malaffare patrimoniale. Però lo scontro per l’eredità politica non può non passare anche per le zolle di terra. Perciò Maroni, quando scoppiò il caso Boni, chiese in Consiglio federale, allora senza ottenerlo, “che ci portassero i conti e che si facesse chiarezza, che Belsito facesse un passo indietro”. Ed è uno scontro che va avanti ormai da troppo tempo, anni. Prima che i “barbari sognanti” arrivassero alle porte di Via Bellerio, prima degli striscioni “Tanzania Padania” e dei fischi a Bossi, che erano fischi al Cerchio magico e alla famiglia. Una guerra in cui, del resto, proprio in questi giorni Bossi aveva dovuto cedere un territorio, concedendo a Flavio Tosi, stella di una nuova generazione meno tribale, di presentarsi a Verona con le insegne delle sue liste civiche.
Una guerra comunque cattiva, in cui Umberto Bossi ha finito per ritrovarsi da solo al centro del campo, pasticcione e insieme re ferito, vittima probabile di una tribù fuori controllo, di una famiglia e di un cerchio magico che si sono divorati tutto. Forse non il patrimonio, ma l’eredità politica quella sì. Così che Bossi oggi si ritrova responsabile di un disastro che rischia di travolgere un’intera storia che, nel bene o nel male, è stata una storia politica. Perché la guerra ha logorato non soltanto l’immagine ma anche il tessuto del movimento, che oggi si straccia tra la politica e i soldi nel materasso. Così che qualche tempo fa un luogotenente maroniano, uno di quelli che contano, si era lasciato scappare una profezia: “Dobbiamo lasciare il patrimonio alla famiglia, e tenerci il partito”.